Mondiali – L’arbitro della prima finale che non voleva arbitrare la finale

John Langenus
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John Langenus è stato un arbitro, il primo arbitro a dirigere la finale di un Campionato del Mondo. Prima ancora, però, è stato un personaggio: basti pensare che è stato l’unico arbitro al mondo a non voler dirigere la finale dei Mondiali.

Un tipo introverso, a tal punto da non dare confidenza a nessuno nel corso del viaggio in transatlantico, verso l’Uruguay, insieme alle nazionali di Romania, Francia e Belgio, allenandosi con la cura e la discrezione di chi non vuole essere notato da nessuno. Talmente introverso da rimanere chiuso nella sua cabina per portarsi avanti col suo vero lavoro.

John, infatti, ricopre la carica di capo di gabinetto del governatorato nella sua Anversa.

Non è molto interessato alla competizione: certo, inizialmente prova a seguire qualche partita, ma poi, grazie alla conoscenza perfetta dello spagnolo, preferisce visitare Montevideo e frequentare i teatri ed i musei della città.

Aveva già arbitrato due partite in quel mondiale: una dei padroni di casa, vinta 1-0 contro il Perù con gol al 60’ del “Divino Manco” Castro, l’altra tra l’Argentina ed Il Cile.

Non ci sono buoni rapporti tra le due nazionali e la partita è veramente difficile. Sembra che Langenus, al termine della gara, abbia detto: “Avrei dovuto espellerli tutti e ventidue…”. Alla fine non espelle nessuno, ma la partita è rovente fin da subito.

Nei primi 15’ minuti si sono già visti tre gol: la doppietta di Stabile e il gol di Subiarbe, che riapre la partita per i cileni. Monti che picchia qualsiasi cosa o persona passi dalle sue parti, facendo onore al soprannome che gli hanno dato i francesi: “le boucher”, il macellaio. La gara termina 3-1 per gli argentini e l’arbitro francese inizia a capire che non è proprio una passeggiata di salute.

Da solo questo fatto non può bastare a spiegare la paura di Langenus di arbitrare la finale. Cosa altro è successo? John aveva visto arrivare navi cariche di tifosi argentini e non gli erano piaciute, non tanto per i tifosi in sé, ma per la rivalità che accende i due paesi.

Tutto iniziò quasi un secolo prima, nel 1839, quando l’Uruguay si vide diviso da un conflitto interno fortissimo tra i “Blancos” ed i “Colorados”, i due partiti del paese. Fructoso Rivera, capo carismatico dei “Colorados” dichiarò guerra a Manuel Ortibe, il suo dirimpettaio dei “Blancos”. Con l’aiuto dei francesi, Ortibe fu sconfitto, ma si salvò convincendo il dittatore argentino Manuel Rosas ad ospitarlo. Qualche anno dopo, nel 1842, con l’aiuto degli argentini, Ortibe invase il suo Paese per riprendersi il potere e i “Blancos” assediarono per otto lunghi anni Montevideo. I “Colorados” riuscirono a riequilibrare le sorti della battaglia e, così, l’8-2-1896 ci fu lo scontro decisivo a Salto.

A guidare l’esercito dei “Colorados” vi era un signore nato a Nizza che aveva fatto già parlare di sé: Giuseppe Garibaldi.

Proprio lui, l’eroe dei due mondi.

Da circa cinque anni si trovava in Sud America e, dopo essere stato in Brasile, si arruolò nella marina uruguaiana e si trovò a guidare i “Colorados” in quella battaglia. Il generale li guidò bene e, nonostante fossero di molto inferiori nel numero (si dice 286 contro 1000), riuscirono a ricacciare le truppe di Ortibe.

Da quella battaglia sul confine argentino i rapporti tra i due Paesi non sono buoni: si dividono su tutto e il calcio non fa eccezione.

Questo, Langenus lo sapeva bene e non voleva assolutamente correre rischi, tanto che quando fu contattato da Rimet per arbitrare la finale rifiutò categoricamente. A cinque ore dalla finale non c’era l’arbitro, e non era un dettaglio da poco. Avevano allertato il boliviano Saucedo, ma non era un arbitro, era un allenatore, anzi era l’allenatore della Bolivia. E si vide. Saucedo diresse Argentina- Messico in quel mondiale. Non benissimo a dir la verità: fischiò cinque rigori e per farli battere piazzò la palla a 15 metri dalla porta. Sì, perché a quel tempo il dischetto del rigore non c’era, l’arbitro contava i passi e da lì si tirava.

Insomma, non era all’altezza: bisognava convincere il belga.

Rimet lo convocò, trattarono e alla fine Langenus accettò, a patto di ricevere una polizza vita da girare alla famiglia, e di avere a disposizione un sidecar che, appena finita la partita, lo portasse ad imbarcarsi per il suo Paese.

Addirittura fece testamento davanti al console belga. La prudenza non è mai troppa, ma credere di morire per l’arbitraggio di una partita è eccessivo. In effetti quel giorno non iniziò bene per l’arbitro belga dato che, non appena arrivato allo stadio, venne arrestato.

Come arrestato? Proprio così.

Quando si presentò dicendo che era l’arbitro, i funzionari gli dissero che altri tredici si erano presentati a quel modo per entrare gratis. Quindi lo arrestarono. Per fortuna l’equivoco si risolse subito e Langenus poté arbitrare la prima finale dei Campionati del Mondo.

Nemmeno il finale per lui fu semplicissimo. Come da accordi, Langenus fu prelevato appena finita la partita e fu accompagnato al porto, ma la nebbia che, da qualche giorno, era scesa sulla città (e che non aveva permesso a circa 20000 argentini di sbarcare a Montevideo) non gli permise di partire fino alla mattina dopo.

Evidentemente era destino che qualche cosa a questo arbitro belga, quel giorno, dovesse accadere.

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