Dj Mendieta

Insidefoto Andrea Staccioli
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27-05-2016: San Siro è stracolmo ma triste, in programma c’è la finale di Champions League ma non ci sono italiane, sono due spagnole, anzi due madrilene a contendersi la corona d’Europa. Il Real Madrid e l’Atletico. Nella festa del pre-partita come sempre ci sono i ballerini, i musicisti e proprio uno di questi attira l’attenzione di qualcuno dei presenti. Non è molto alto, biondino, con la barba non curata, come la moda prescrive. Qualcuno sgrana gli occhi:

Ma è Mendieta?”

È Mendieta.

Cosa ci fa uno che la Champions l’ha giocata sul palco della finale a suonare?

Nato il 27-03-1974 a Bilbao, Mendieta mosse i primi passi nel Castellon, dove ha giocato per una stagione, dopodiché nel 1992 si traferì al Valencia dove esplose diventando uno dei giocatori più importanti d’Europa. Ha vinto una Coppa di Spagna ed una Supercoppa di Spagna, più il trofeo Intertoto nel 1998 con il quale accedette alla Coppa UEFA. Si perché in quegli anni il Valencia era una squadra fortissima, non vinse il campionato perché aveva davanti le due super potenze del calcio spagnolo ma sfiorò per due volte l’impresa della vita. La Champions League. Si perché il Valencia di Benitez arrivò per ben due anni in finale. La prima volta nella stagione 1999-2000 si giocò allo Stade de France: il Valencia era la sorpresa di quell’anno, vinse il suo girone formato dai Rangers, il PSV e il Bayern Monaco e nel secondo girone arrivò seconda alle spalle dello United eliminando proprio la Fiorentina che, a sorpresa, era arrivata fin li guidata dal solito, spettacolare, Batistuta. Ai quarti eliminò un’altra italiana, la Lazio, vincendo 5-2 al Mestalla e fu li che i dirigenti biancocelesti s’innamorarono di due giocatori: Claudio Lopez e proprio Mendieta. Ma ci torneremo. Al ritorno la Lazio fa una grande partita e Veron la tiene in vita con un colpo da biliardo dal limite dell’area che si infila all’incrocio dei pali, ma non basta. In semifinale va il Valencia e li compie un capolavoro: Vince in casa 4-1 col Barcellona e Mendieta segna il terzo gol su rigore. Al ritorno i catalani attaccano e vincono ma solo 2-1. Non basta: la finale è Real Madrid-Valencia. Qui succede qualcosa, una cosa naturale, esce fuori l’esperienza, il colore della maglia, la freddezza… e non c’è gara. Il Real vince 3-0 senza discussione. L’anno dopo però Mendieta è in forma eccezionale, come tutto il Valencia, che ripete in tutto e per tutto l’impresa, vincendo facile il primo girone e poi anche il secondo, arrivando a pari punti col Manchester United, ma primo per differenza reti. Ai quarti eliminarono l’Arsenal ed in semifinale l’altra sorpresa della Champions di quell’anno, il Leeds, grazie al 3-0 nella gara di ritorno con Mendieta sugli scudi e autore del terzo gol. In finale questa volta c’è il Bayern, che l’anno precedente nel girone non aveva avuto vita facile con gli spagnoli, tanto che le partite si conclusero con due pareggi. La finale, giocata a San Siro, iniziò subito bene: dopo 3 minuti infatti Mendieta porta in vantaggio i suoi su calcio di rigore. Che questa partita fosse segnata dai rigori si capì dal 50’, quando Effenberg (ex viola) impattò la gara dagli undici metri. La partita proseguì in equilibrio e si arrivò ai rigori. Mendieta fa il suo dovere e segna il primo della serie. I suoi compagni non saranno altrettanto freddi e dopo sette rigori i tedeschi si portano a casa quella Coppa che sfuggì in modo, forse più crudele, nel 1998. Quella sera, quando Medieta tirò il primo rigore della serie, toccò il vertice sommo della sua carriera ma da quel momento in poi fu una discesa continua. Passò alla Lazio, con in tasca il trofeo come miglior giocatore della Champions dell’anno precedente, ma in Italia deluse tantissimo. Tornò in Spagna al Barcellona, ma non era più lo stesso. Deluse anche li e dopo un anno andò in Inghilterra al Middlesbrough. In parte lì ritrovò sé stesso, portò gli inglesi a vincere la coppa di Lega, primo trofeo della sua storia, ma niente a che vedere col fenomeno che aveva dimostrato di essere. Chi lo sa se a 15 anni di distanza, suonando nella finale di Champions proprio nello stadio in cui l’ha persa per la seconda volta non gli sia scesa una lacrima. Per la Champions persa e per la sua carriera, che non è stata come doveva essere.

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