Pastore, lavavetri e senza tetto. La storia di chi ha parato un rigore a Cristiano Ronaldo

Alireza Beiranvand para il rigore a Cristiano Ronaldo durante la partita tra l'Iran e il Portogallo, dello scorso 25 giugno. Foto Imago/Insidefoto
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Ai più questo nome non dirà nulla, uno dei tanti nomi esotici che possono esserci in squadre asiatiche. La storia di Alireza Safar Beiranvand però non è una storia usuale, quindi merita di essere raccontata. Inizia in un paesino iraniano di 1200 anime che si chiama Sarabias, dove un ragazzino nato nel 1992 pascolava il gregge di famiglia.
Si erano stabiliti in quel posto tranquillo ed isolato da poco e per poco avrebbero programmato di rimanere. Sì perché papà Safar era un nomade, così come lo era la sua famiglia e, visto che il piccolo Alireza era il maggiore dei figli, come da prassi iniziò ad aiutare i suoi genitori tenendo d’occhi la pastorizia. Il ragazzino passava le giornate guardando le pecore, tirando pietre con le mani il più lontano possibile e sognando un futuro lontano da lì e possibilmente nel mondo del calcio. A circa 12 anni trovò un piccolo ingaggio con la squadra locale, ma il padre non era assolutamente convinto della strada scelta da suo figlio e più di una volta ci furono discussioni brusche, violente, durante le quali il padre gli ha strappato la maglia e tagliato i guanti da portiere. Non fu amore a prima vista con il ruolo, infatti Alireza iniziò a giocare come attaccante, ma poi, come succede spesso, il portiere titolare s’infortunò, lui infilò i guanti e non se li sfilò più. Neanche quando il padre glieli tagliava per non mandarlo a giocare. Lui non si perdeva d’animo e giocava a mani nude. Andare così però non era più sostenibile, bisognava trovare una soluzione. La soluzione fu quella di scappare di casa, per raggiungere Teheran, una grande città che poteva regalargli qualche occasione d’oro. L’occasione bussa alla sua porta appena mise il piede in città, anzi sul bus che lo portava alla città. Lì incontrò Hossein Feiz, che in quel momento allenava la squadra locale e che fu colpito dalla sua caparbietà e dal suo coraggio. Gli offrì un ingaggio in cambio di 200.000 toman. Non lasciatevi ingannare dalla cifra roboante, al cambio sono sì e no 34 euro. Questo era un problema, infatti il club non poteva garantirgli una stanza, così il giovane Alireza è costretto a frequentare i posti più degradati della città. Inizia a frequentare la zona intorno alla Torre Azadi che di per sé sarebbe anche un bel luogo: una bellissima torre di 50 metri costruita nel 1971 dall’ultimo Scià, Mohammad Reza Phalavi, per festeggiare i 2500 anni dalla nascita dell’Impero Persiano di Ciro il grande. Il problema nasce di notte: questa zona, prendendo ironicamente spunto dal Museo della Libertà che si trova all’interno della torre, raccoglie tutti i senza tetto, i clochard e poco di buono della città che liberamente si mettono a dormire davanti alla porta del museo e nelle zone limitrofe. Non è esattamente il luogo migliore per dormire, specie per un bambino di 12 anni. Infatti spesso dormì davanti al cancello d’entrata del suo club. Una mattina trovò dei soldi accanto a lui, lo avevano scambiato per un mendicante. Ne fu contento: “almeno quel giorno feci una bellissima colazione”. Intanto gli anni passavano e Alireza cambiava squadre e lavori: aiuto pizzaiolo, spazzino, lava macchine e proprio qui incontrò Ali Daei, leggenda del calcio iraniano per via i suoi trascorsi al Bayer Monaco, e i suoi compagni lo incitano a raccontargli la sua storia ma il lieto fine ancora non era arrivato: il suo orgoglio gli impedì di parlare e perse quest’occasione. Ma il suo destino era quello e finalmente iniziò ad essere notato da Naft, una squadra importante che gli ha offerto un contratto. Entrò nell’Under 23 e nonostante un infortunio la sua carriera progredì bene fino a portarlo ai Mondiale. Fino a parare un rigore a Cristiano Ronaldo. Chissà però se al suo esordio, mentre suonava l’inno del suo paese, ha abbassato lo sguardo verso il terreno. E chissà se si sarà chiesto se quel erba fosse buona per le sue pecore.

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