Russia 2018 – La guida al mondiale

Foto Phc/Panoramic/Insidefoto
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1432 giorni: tanto sarà passato da quando Philipp Lahm alzò la quarta Coppa del Mondo della Germania al momento del calcio d’inizio di Russia-Arabia Saudita, che aprirà un’edizione 2018 del torneo in cui, forse, si può identificare una chiara favorita rispetto alle altre, ma comunque aperta a possibili sorprese. Ecco le principali aspiranti alla vittoria finale.

ARGENTINA

Trentasette secondi dopo l’inizio di Ecuador-Argentina, gara dell’ultima giornata del massacrante girone unico di qualificazione alla Coppa del Mondo del Sudamerica, l’Albiceleste ha tutti e due i piedi fuori dal torneo. Una zampata di Romario Ibarra porta infatti avanti i padroni di casa e manda momentaneamente nel baratro gli uomini di Sampaoli – terzo CT della campagna, dopo gli esoneri di Gerardo Tata Martino ed Edgardo Bauza – già bloccati cinque giorni prima sullo 0-0 dal Perù e alle spalle, oltre che dei peruviani, di Colombia e Cile, senza neanche la possibilità di giocare lo spareggio interzona. Lo spettro di mancare alla kermesse iridata per la prima volta dal 1970 viene poi spazzato dal solito Leo Messi, che quella partita avrebbe potuto anche non giocarla dopo la finale di Copa America Centenario persa ai rigori contro il Cile poco più di un anno prima e il suo addio, poi ritrattato, all’albiceleste: la Pulga segna una tripletta e consegna ai suoi il pass per la Russia.

PUNTI DI FORZA – Tutto cancellato, tutto resettato: la sola presenza del numero 10 del Barcellona permette all’Argentina, nonostante un cammino così complicato, di essere inserita nel novero delle favorite; come se non bastasse, insieme a lui ci sono altri mostri sacri del calibro di Sergio Agüero, Gonzalo Higuaín e Ángel Di María, tutti però presenti anche quattro anni fa e con i quali la squadra allora allenata da Alejandro Sabella riuscì a mettere a segno la miseria di 8 gol in 7 partite, 6 dei quali nella fase a gironi e 2 solo tra ottavi e quarti di finale. Sampaoli ha il compito di far rendere al massimo le sue bocche da fuoco, un reparto offensivo di cui in pochi possono disporre.

PUNTI DEBOLI – Stessa cosa non si può dire del pacchetto difensivo: scorrendo i nomi dei convocati l’unico giocatore abituato a giocare ai massimi livelli è Nicolás Otamendi, che, tuttavia, con la maglia del Manchester City non si è sempre mostrato ineccepibile sul piano della concentrazione. Le 12 presenze stagionali di Marcos Rojo con la maglia del Manchester United non sono certo garanzia di affidabilità, mentre si è preso ciò che forse avrebbe potuto spettargli anni fa Federico Fazio, reduce da due ottime stagioni con la maglia della Roma e titolare della linea a quattro. I sei gol incassati dalla Spagna al Wanda Metropolitano lo scorso 27 marzo sono un campanello d’allarme troppo forte per non essere ascoltato, che si somma a una serie di fantasmi – per la precisione tre, come le finali perse in tre anni tra il 2014 e il 2016 – da scacciare e a un equilibrio da trovare: è innegabile come quella tra Messi e il Barcellona sia una simbiosi molto diversa (e più efficace) da quella tra la Pulga e la sua nazionale.

BRASILE

Chi avrebbe mai immaginato che la medicina per rimettere in piedi una squadra calcisticamente distrutta sarebbe stata una (grossa) dose di pragmatismo? Difficile a credersi anche poco tempo fa, realtà oggi: la svolta del quadriennio che ha seguito il Mineirazo è stata la sostituzione di Dunga – coperta di Linus, un po’ come doveva essere a sua volta il ritorno Scolari in vista dell’imperdibile occasione di giocare il mondiale davanti al proprio pubblico, fatto che alla fine si è rivelato tra le cause del crollo – con Tite (all’anagrafe Adenor Leonardo Bacchi), che si è messo mostra nella Copa Libertadores vinta nel 2012 con il Corinthians e capace in pochissimo tempo di ricompattare squadra e ambiente, di ottenere 8 vittorie consecutive centrando con anticipo la qualificazione e, soprattutto, di restituire ai suoi la sicurezza smarrita nel torneo di casa.

PUNTI DI FORZA – Va detto che, nel frattempo, le cose sono un pochino cambiate a livello di rosa rispetto a quattro anni fa. La maturazione di Marquinhos, Philippe Coutinho e Roberto Firmino, il ritorno a grandi livelli di Paulinho e la repentina ascesa di Gabriel Jesus hanno dato una grossa mano al tecnico. Nel suo 4-3-3 può contare dunque su elementi di grandissimo spessore, oltre che ovviamente su Neymar, che arriva al torneo dopo l’infortunio al piede destro che gli ha fatto saltare il finale di stagione col PSG ma che lo ha fatto appunto concentrare sull’obiettivo di una vita. Ma è la grande solidità il punto di forza dei verdeoro, capaci, sotto la gestione di Tite, di incassare appena tre gol in dodici partite di qualificazione: una novità assoluta per una squadra spesso abituata a cercare la soluzione spettacolare al posto di quella funzionale.

PUNTI DEBOLI – Difficile, dunque, trovare difetti in una squadra che, anche nelle amichevoli, ha saputo destreggiarsi senza troppe difficoltà, perdendo solo contro l’Argentina per 1-0 il 9 giugno di un anno fa. Volendo ipotizzare ostacoli, verrebbe in mente la possibilità che, una volta presa piena consapevolezza di poter centrare l’obiettivo del sesto titolo mondiale, possa subentrare un timore sconosciuto ormai da anni, e per questo difficile da combattere in una situazione di perenne dentro-o-fuori come una Coppa del Mondo.

BELGIO

È bastata una mossa a Roberto Martínez per mettersi contro più o meno una nazione intera e non solo: la non convocazione di Radja Nainggolan, apparsa ai più incomprensibile, nonostante una stagione non certo indimenticabile del romanista e specie se si considera che in lista ci sono elementi finiti ai margini del calcio che conta come Axel Witsel, ha gettato il CT nel vortice delle polemiche. Il calcio è pieno di scelte apparentemente impopolari fatte per salvaguardare il gruppo, ma il paradosso è che i compagni hanno più o meno indistintamente espresso il loro appoggio a Nainggolan, smentendo – al momento – l’utilità di lasciarlo fuori. Dopo, comunque, averlo fatto per gran parte della fase di qualificazione, in cui il Belgio ha ottenuto con facilità il biglietto per la Russia collezionando 9 vittorie e 1 pareggio nelle 10 partite di un raggruppamento alla vigilia relativamente equilibrato nella parte alta della classifica con Grecia e Bosnia oltre a Estonia, Cipro e Gibilterra.

PUNTI DI FORZA – In ogni caso, i Diables Rouges restano nel momento più florido forse della loro storia a livello di talento puro, con giocatori capaci di imporsi più o meno ovunque in Europa. Tolto il già citato Witsel, Yannick Ferreira-Carrasco (anche protagonista lui in Cina, al Dalian Yifang) e il difensore Dedryck Boyata (in forza al Celtic), tutti gli uomini a disposizione dell’ex tecnico dell’Everton giocano in squadre dei 5 migliori campionati europei: oltre alla tecnica c’è dunque anche l’esperienza, questa volta, a sostegno di un gruppo che parte indietro rispetto ad altri ma che ha elementi di spicco come Eden Hazard e Romelu Lukaku, gente che la differenza in quello che, forse, oggi è il torneo più competitivo del mondo, la Premier League.

PUNTI DEBOLI – Nello scorso ciclo, Marc Wilmots fu aspramente criticato per non essere stato capace di trovare un sistema di gioco che vestisse in modo adeguato la sua squadra e di aver commesso errori tattici anche banali che ne hanno compromesso l’arrivo a certi livelli. In attesa di capire, in match più tosti rispetto a quelli dell’ultimo biennio, se il cambio in panchina possa aver sistemato il secondo aspetto, c’è ancora da capire l’efficacia delle scelte a livello di modulo di Martínez, che, in assenza di terzini ritenuti affidabili, ha quasi sempre disposto i suoi con una difesa a tre e un centrocampo asimmetrico: da una parte Thomas Meunier (professione esterno difensivo) e dall’altra Ferreira-Carrasco, praticamente un attaccante laterale aggiunto. Un meccanismo forse difficile da tenere saldo in un torneo breve e dispendioso (con conseguenze tangibili nelle rotazioni, almeno nella prima fase) com’è un mondiale.

FRANCIA

Se si parla di concentrazione di talento, non si può non pensare a quanto ne sarà addirittura sprecato da Deschamps, che con soli 23 posti a disposizione ha dovuto lasciare a casa gente del calibro di Alexandre Lacazette, Anthony Martial e, addirittura, Karim Benzema. Come profondità di rosa e qualità media, forse nessun’altra compagine presente in Russia può contare sulle forze dei galletti, reduci dalla finale europea persa in casa e da un percorso di qualificazione non deficitario ma neanche brillante, con uno 0-0 interno contro il Lussemburgo che poteva complicare oltremodo le cose nel raggruppamento con Svezia, Olanda, Bulgaria e Bielorussia.

PUNTI DI FORZA – Dovrebbe essere praticamente inesistente la necessità di forzare l’utilizzo degli uomini a disposizione: soprattutto centrocampisti e attaccanti sono quasi completamente intercambiabili, con Paul Pogba e Antoine Griezmann elementi apparentemente imprescindibili. Se non c’è Kanté, c’è Matuidi, se non c’è Mbappé, c’è Dembélé, oltre a Tolisso, N’Zonzi, Fekir, Thauvin. Oltre alla qualità dei singoli, quello che colpisce è la possibilità per il tecnico di poter valutare attentamente lo stato di forma dei suoi, evitando ogni minimo rischio e preservando così le forze a disposizione lungo tutto l’arco del torneo, vantaggio non da poco se si pensa, ad esempio, al Brasile di quattro anni fa, condannato, oltre che dalla pressione, anche dalle assenze di Thiago Silva e Neymar nella semifinale contro la Germania.

PUNTI DEBOLI – Certo è che un undici titolare va trovato, e avere ampia scelta significa anche poter sbagliare più facilmente, o scontentare qualcuno. Una medaglia con due facce per Didier Deschamps, tecnico di una generazione che non si distingue certo per brillantezza del calcio messo in campo (basti pensare anche a Laurent Blanc e a Rudi Garcia): esagerare con il “pilota automatico” è comunque un rischio da non prendersi troppo alla leggera.

GERMANIA

Quando sei la squadra Campione del Mondo in carica sei sempre la formazione da battere; se, oltre a tutto questo, hai dietro una macchina organizzativa quasi perfetta sotto praticamente ogni punto di vista, il compito per le altre diventa enormemente più difficile. Sono ormai anni che i tedeschi dalla ricostruzione sono passati al dominio, con un occhio sempre voltato al futuro: un anno fa, gran parte della Under 21 partecipò alla Confederations Cup, mentre all’europeo di categoria andarono giocatori in età per partecipare ma meno quotati di molti colleghi presenti in Russia per l’antipasto del mondiale. Risultato: trofeo alzato sia a Cracovia che a San Pietroburgo, senza quasi alcun intoppo di sorta.

PUNTI DI FORZA – Avere lo stesso CT – Joachim Löw – da ormai dodici anni (non contando il biennio al servizio di Jurgen Klinsmann nel mondiale di casa) è solo l’iceberg di una programmazione che ha portato i tedeschi a poter disporre contemporaneamente di talento in ogni zona del campo e di un sistema di gioco che esalta queste individualità anziché dipendere da esse. Un connubio già difficile da ottenere nelle squadre di club che si allenano tutti i giorni, ancora più straordinario se si pensa che è stato reso realtà in una nazionale.

PUNTI DEBOLI – Spesso si dice che alle squadre, per vincere, possa bastare un portiere che pari e un centravanti che segni. In quei due ruoli, i titolari sono Manuel Neuer e Timo Werner: il primo viene da una stagione di quasi totale inattività a causa di un grave infortunio al piede sinistro ed è stato comunque convocato (e messo in campo nelle amichevoli contro Austria e Arabia Saudita), il secondo, pur essendo in grande ascesa, non ha la statura internazionale di colleghi delle altre nazionali e ha come riserva un Mario Gomez agli ultimi giri di giostra. Incognite che dimostrano che, dopotutto, non si può controllare ogni cosa al 100%.

INGHILTERRA

Strapparsi dell’etichetta di una delle favorite e appiccicarsi quella di possibile sorpresa potrebbe essere la cosa migliore capitata ai Tre Leoni nell’ultimo ventennio, fatto di partecipazioni (e neanche sempre, vedi Euro 2008) mediocri alle grandi manifestazioni pur con ingenti investimenti nel calcio per club e nei tecnici. La nazionale inglese arriva in Russia probabilmente con poche velleità di vittoria finale, a causa di una rosa con qualche campione ma con tanti debuttanti (26 anni circa di età media), guidati da un tecnico che neanche avrebbe dovuto sedersi su quella panchina, Gareth Southgate, reduce dall’esperienza con l’Under 21 e arrivato dopo l’esonero di Sam Allardyce dovuto allo scandalo sull’aggiramento delle norme sui trasferimenti di calciatori scoppiato nella seconda metà del 2016. Otto vittorie e due pareggi il ruolino dell’Inghilterra nelle qualificazioni (gruppo con Slovacchia, Scozia, Slovenia, Lituania e Malta), un cammino raramente incerto seppur senza picchi di esaltazione. Sorpresa non solo nel senso di possibile outsider, ma anche come stile di gioco: negli ultimi tempi Southgate ha sperimentato la difesa a tre, ormai diffusa in Premier League ma quantomai lontana dagli storici canoni del calcio inglese. Un meccanismo per cercare di cementare già da inizio azione un possesso palla che sembra essere diventato il nuovo principio di base non solo della nazionale A, ma anche di quelle minori, compresa l’Under 20 Campione del Mondo un anno fa in Corea del Sud.

PUNTI DI FORZA – Due nomi e due cognomi: Harry Kane e Dele Alli. I due calciatori del Tottenham rappresentano la speranza di elevare un gruppo buono ma non eccezionale a un livello vicino a quello delle altre big. Così come entrambi hanno l’ambizione di elevare il loro, di livello, mai arrivato oltre certe soglie a causa della non completa competitività del loro club rispetto alle rivali domestiche e internazionali. Una storia già vista a cui fa da contrappeso la relativa assenza di pressione che potrebbe comunque far bene, specie in un momento di grande cambiamento come quello che sta vivendo l’Inghilterra. Un’Inghilterra decisa ad aprirsi a livello tattico seguendo quanto sta accadendo nel suo campionato, con la contemporanea presenza negli ultimi due anni di gente come Guardiola, Conte e Klopp, dal cui sistema di gioco di Southgate riprende alcuni principi.

PUNTI DEBOLI – Inesperienza, scarso carattere, polemiche pronte a divampare: difficoltà vecchie e nuove si mischiano in questa ennesima avventura dell’Inghilterra, il cui miglior risultato, tolta la vittoria del 1966, resta il quarto posto dell’edizione nostrana del 1990. Inoltre, se sperimentazione è la parola chiave di questo ciclo, la possibilità che questo processo non sia arrivato a sufficiente maturazione resta uno dei possibili limiti di un collettivo in crescita, ma ovviamente non ancora al livello, ad esempio, della Germania, se non altro per questione di tempo.


PORTOGALLO

Due anni fa, Cristiano Ronaldo ha compiuto la missione di portare a casa un titolo con la sua nazionale, cosa che, per esempio, non è ancora riuscita al rivale Lionel Messi. Un trionfo, quello di Euro 2016, firmato dal carneade Éder (neanche convocato per la rassegna iridata), uno dei tanti centravanti di spessore insufficiente alternatisi negli ultimi anni in una squadra spesso ricca di talento ma poco concreta al momento di arrivare al dunque. Proprio la concretezza – con una serie di pareggi al 90’ nelle gare a eliminazione diretta – ha permesso alla squadra di Fernando Santos di alzare il trofeo a St. Denis e di ottenere la qualificazione per la Russia in un duello con la Svizzera che si è protratto per tutto il girone, con 9 vittorie a testa su 10 gare e la differenza reti decisiva per determinare primo e secondo posto del raggruppamento con Ungheria, Far Oer, Lettonia e Andorra.

PUNTI DI FORZA – Subentrato a Paulo Bento nel corso delle qualificazioni al torneo Francese, Fernando Santos ha portato una praticità che si è tramutata velocemente in coesione, elemento determinante due anni fa per superare il trauma dell’infortunio della propria stella proprio nel momento più importante. I video, diffusi successivamente, dei discorsi fatti nello spogliatoio testimoniano come questo gruppo sia unito come pochi altri, e a volte, specie in un torneo a eliminazione diretta, questo può essere un fattore determinante.

PUNTI DEBOLI – Certo è che poi in campo bisogna scendere, ed è chiaramente CR7 a fare la differenza rispetto agli altri. Tutti per Cristiano e Cristiano per tutti, visto che, specie lì davanti, attorno a sé il materiale non è eccezionale rispetto alle altre grandi del lotto. L’europeo Under 21 vinto nel 2015 sembrava potesse essere il preludio al lancio ai massimi livelli di alcuni elementi come Raphaël Guerreiro e William Carvalho, con il solo Bernardo Silva poi effettivamente avvicinatosi già adesso al top del calcio mondiale. Resta inoltre l’atavica mancanza di un 9 che possa liberare Cristiano da alcune responsabilità: i 12 gol segnati con la sua nazionale da André Silva non possono far dimenticare la sua anonima stagione col Milan.

SPAGNA

Ciò che è accaduto alla Roja è un qualcosa privo di precedenti nella storia della Coppa del Mondo. A due giorni dall’esordio contro il Portogallo, la federazione ha esonerato il commissario tecnico Julen Lopetegui, colpevole di aver attivato la sua clausola di risoluzione per poter firmare con il Real Madrid nella prossima stagione. Una decisione che può lasciare perplessi, pensando ai tanti CT impegnati nei grandi tornei e pronti a sedersi sulla panchina di un club al termine di essi, ultimo dei quali Antonio Conte che ha guidato gli azzurri più che con dignità a Euro 2016. “A volte ci sono cose più importanti di vincere”, ha dichiarato il presidente della RFEF, Luis Rubiales, nella conferenza stampa in cui ha annunciato il provvedimento: dichiarazioni che fanno capire come, probabilmente, questa decisione sia stata presa più per irritazione che a un’esigenza pratica: a sostituire l’ormai ex CT è stato chiamato Fernando Hierro, una sola esperienza da allenatore nella Real Oviedo e direttore tecnico della nazionale. Una scelta chiaramente emergenziale (anche se la fantasia avrebbe potuto portare a un ingaggio lampo di Zinedine ZIdane) che getta ombre su una squadra che nel biennio di qualificazione non aveva fatto praticamente alcuna fatica, con 14 vittorie e 6 pareggi (amichevoli comprese) nelle 20 partite con l’ormai ex CT in panchina: diventa quasi secondario parlare di sistemi di gioco e convocazioni, che probabilmente saranno ereditati senza alcuna variazione da Hierro, che non avrà, ad esempio, Álvaro Morata, lasciato a casa per fare spazio a Iago Aspas e Rodrigo Moreno Machado (22 e 16 gol nell’ultima stagione in Liga), oppure i vecchietti Pedro e Fàbregas, che non si uniranno ai colleghi senatori Sergio Ramos, Andrés Iniesta (all’ultimo giro di giostra prima del trasferimento al Vissel Kobe, in giappone) e Sergi Busquets. Volendo porre annotazioni tattiche, il centrocampista del Barcellona potrebbe comunque essere la chiave di volta della Roja: contro avversari di livello più basso il suo apporto difensivo potrebbe essere da solo sufficiente, permettendo a Hierro di scegliere intermedi più offensivi come Thiago Alcántara, David Silva o lo stesso Iniesta, mentre l’inserimento di almeno uno tra Koke e Saúl potrebbe rivelarsi necessario in gare più complesse. E non ci sarà gara più complessa dell’esordio contro Cristiano Ronaldo e compagni, in un clima di totale – e del tutto inaspettato fino a pochi giorni fa – caos.

 

I GIOCATORI DA TENERE D’OCCHIO

Hirving Lozano

In un campionato in cui gli esterni offensivi proliferano come l’Eredivisie, il messicano – 17 gol in 29 partite nello scorso torneo olandese – è apparso uno dei più interessanti, riuscendo a conquistarsi i gradi di titolare nelle scelte di Juan Carlos Osorio. Lozano ama partire da sinistra per poter puntare la porta come ormai capita in praticamente ogni tridente offensivo, anche se non è del tutto desueto trovarlo anche dall’altro lato del campo. I suoi 175 centimetri e la sua abilità nel dribbling contribuiscono a renderlo un calciatore veloce e sgusciante, anche se, chiaramente, fisicamente qualcosa potrebbe pagare. Importante, infine, la sua capacità di non forzare la scelta individuale ma di alzare a volte la testa per vedere se un passaggio in più potrebbe rivelarsi migliore di un nuovo tentativo di dribbling.

 

Emil Forsberg

Se la Svezia, perso definitivamente Zlatan Ibrahimovic, può ancora contare su una riserva di qualità è quasi esclusivamente per la presenza sulla fascia sinistra del ventiseienne del RB Lipsia. La tecnica individuale e il piede destro a sua disposizione sono oro puro in una squadra che fa della fisicità e della forza fisica i suoi elementi preponderanti, come ci si è accorti anche nel doppio spareggio che ha mandato gli scandinavi in Russia. Nonostante i 26 anni già compiuti, però, Forsberg non ha probabilmente raggiunto ancora una piena maturità, preferendo a volte in modo eccessivo l’azione personale piuttosto che associarsi ai compagni: questo lo rende un elemento da tenere senz’altro d’occhio, ma limitabile con meno difficoltà visto il ventaglio di soluzioni a volte privato di quelle che prevedono il coinvolgimento di un altro uomo. Ultimo, ma non ultimo, la fase realizzativa: soli due gol in 21 gare nell’ultima Bundesliga – pure in una stagione condizionata da un infortunio che lo ha tenuto fuori un paio di mesi – non sono uno score esaltante per un calciatore della sua qualità.

Christian Eriksen

Quando si parla del centrocampista offensivo del Tottenham non si fa certo un nome sconosciuto: da anni ormai Eriksen è nei radar di tutti gli amanti del calcio europeo, che lo conoscono come un elemento di qualità assoluta in grado di fare la differenza in Premier League. In Russia, però, lo vedremo vestire i panni del leader: nella Danimarca, contrariamente al Tottenham, la sua statura calcistica è innegabilmente superiore a quella dei compagni e potrebbe permettere ai suoi di fare il salto da squadra di medio livello (con comunque un livello di talento superiore a cicli passati) a compagine da tenere d’occhio. Un po’ come già accaduto nelle qualificazioni, con 11 gol segnati in 22 partite, spareggi compresi.

Álvaro Odriozola

22 anni e sole 4 presenze con la Roja, ma il terzino della Real Sociedad potrebbe finire per ritagliarsi un discreto spazio nella nazionale iberica. Se c’è una necessità che a volte rischia di non essere soddisfatta nel gioco spagnolo è quella della profondità: Odriozola può rappresentare uno sfogo di qualità sulla fascia destra, grazie alla sua ottima capacità di corsa e di sfornare cross di ogni genere, anche di prima intenzione. Da testare a livelli top la sua fase difensiva, pur apparsa interessante per concentrazione e tenuta nell’uno contro uno, e, soprattutto, l’intenzione del tecnico di affidarsi a lui dopo il rientro di Daniel Carvajal.

Hakim Ziyech

La qualificazione del Marocco per Russia 2018 permetterà al grande pubblico di osservare da vicino il fantasista dell’Ajax, giocatore che a 25 anni (dunque nel pieno della maturità calcistica) ha già avuto un’importante evoluzione a livello tattico. Ai tempi del Twente, il marocchino giocava più vicino alla porta, più da trequartista libero di svariare che da attaccante esterno di destra a piede invertito, con ovvie ripercussioni positive a livello realizzativo, basti pensare ai 17 gol nelle 33 partite giocate in campionato nel 2015-2016. Il passaggio all’Ajax, squadra già piena di talento sugli esterni d’attacco, lo ha trasformato praticamente in un intermedio di centrocampo dalla propensione estremamente offensiva, un ruolo forse più in linea col suo ritmo di gioco, non martellante come quello di un esterno vero e proprio ma più cadenzato. Avere Ziyech a centrocampo significa, magari, costringere i compagni a una corsa in più senza palla, ma soprattutto potersi aspettare di trovare linee di passaggio invisibili ad altri che possono nettamente facilitare il lavoro ai giocatori offensivi, grazie a un piede sinistro davvero notevole e a una visione di gioco non comune.

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